
Insolvenze in Italia nel 2025–2026: i dati e i nuovi rischi per le PMI
Un trend che non si arresta: le insolvenze italiane nel contesto globale
Dal 2022 le insolvenze aziendali crescono senza interruzione in quasi tutti i mercati avanzati. L’Italia non fa eccezione. Dopo anni di livelli compressi dalle misure post-pandemia, il ritorno alla normalità si è rivelato più brusco del previsto. In particolare, le principali compagnie di assicurazione credito — Allianz Trade, Atradius e Coface — confermano tutte lo stesso trend. Il mercato italiano si avvia così verso il quinto anno consecutivo di aumento delle procedure concorsuali.
Inoltre, il contesto è reso più instabile da tre fattori simultanei: dazi commerciali, costo del credito ancora elevato e nuove tensioni geopolitiche sulle rotte energetiche globali. Comprendere questo scenario, dunque, non è un esercizio accademico. Per una PMI che vende a credito, infatti, ogni insolvenza di un cliente è una perdita secca sul bilancio. Si tratta di un freno alla liquidità e di un rischio concreto per la continuità operativa.
I dati Allianz Trade: 13.000 casi nel 2025, livelli record nel 2026
L’ultimo Insolvency Report di Allianz Trade fotografa un’Italia che ha raggiunto i livelli di insolvenza pre-pandemia. In alcuni settori li ha già superati. Nello specifico, le stime indicano circa 13.000 casi di insolvenza aziendale nel 2025, con un incremento del 35% rispetto al 2024. Tutti i principali settori contribuiscono all’aumento con variazioni a doppia cifra. Il commercio pesa per il 21% del dato complessivo. Seguono, nell’ordine, l’edilizia con il 19%, il manifatturiero con il 16% e l’ospitalità con il 9%.
Le proiezioni per il 2026, tuttavia, non segnalano un’inversione di tendenza. Allianz Trade stima circa 13.400 casi, con un ulteriore incremento del 3%. Un possibile miglioramento è atteso quindi solo a partire dal 2027. Le ragioni sono strutturali: crescita economica debole, condizioni di finanziamento ancora restrittive e fragilità settoriali che penalizzano in particolare le PMI ad alta intensità di capitale.
La lettura di Atradius: normalizzazione o nuova fragilità strutturale?
Atradius legge il fenomeno italiano con una chiave interpretativa parzialmente diversa. Nel suo Insolvency Outlook di ottobre 2025, la compagnia inquadra la crescita come una normalizzazione dai livelli bassi del periodo Covid. In questo senso, l’aumento sarebbe atteso e fisiologico, non il segnale di una crisi sistemica.
Ciononostante, anche nella lettura di Atradius il 2026 non porta sollievo. La compagnia stima infatti un ulteriore incremento del 4% delle procedure concorsuali in Italia. L’incertezza generata dai dazi e dalla volatilità geopolitica ha già spinto al rialzo le previsioni rispetto all’outlook di aprile 2025. In definitiva, il dato che accomuna tutte le letture è chiaro: le PMI italiane operano con margini compressi e una resilienza finanziaria inferiore rispetto al periodo pre-2020.
Cosa dice Coface: il calo italiano nel 2026 è un segnale positivo?
Coface si distingue con una previsione in controtendenza. Per il 2026, la compagnia stima in Italia una riduzione delle insolvenze del 2% su base annua, mentre a livello globale prevede un aumento del 2,8%. Apparentemente una buona notizia. La realtà, però, è più complessa.
Il calo atteso, infatti, non riflette un miglioramento strutturale della solidità delle imprese. È piuttosto il risultato della riduzione del numero di imprese attive, legato a dinamiche demografiche e a recenti riforme legislative. Le imprese italiane continuano inoltre a operare con liquidità compressa e margini ridotti. La maggiore prudenza del sistema bancario, di conseguenza, rende più rischioso affidarsi al credito di terzi. Basta un imprevisto nei tempi di incasso per mettere sotto stress l’operatività. Il 2026 si configura pertanto come un anno di stabilizzazione precaria, non di reale miglioramento.
Il fattore Hormuz: il nuovo rischio geopolitico per le PMI esportatrici
Alle cause strutturali si aggiunge nel 2026 un fattore di instabilità inedito: la crisi dello Stretto di Hormuz. Attraverso questo corridoio di cinquanta chilometri transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto globale. Le tensioni nell’area stanno producendo effetti immediati sulle catene logistiche internazionali. Di conseguenza, centinaia di navi sono state dirottate verso rotte alternative e i tempi di percorrenza si sono allungati di dieci-quindici giorni.
Per l’Italia, in particolare, l’esposizione è significativa. Le esportazioni italiane verso il Medio Oriente valgono circa 28 miliardi di euro l’anno. A questi si aggiungono inoltre 20-30 miliardi di export che transitano per Hormuz verso l’Estremo Oriente. In totale, quindi, circa 60 miliardi di euro di made in Italy sono esposti alle tensioni nell’area. Sul fronte energetico, l’Italia è il secondo importatore europeo dall’area del Golfo, con 7,6 miliardi di euro di importazioni annue. Il risultato si traduce in costi di approvvigionamento più elevati e maggiore volatilità sui prezzi per tutta la filiera manifatturiera.
Secondo le simulazioni del Centro Studi Confindustria, uno scenario di conflitto prolungato porterebbe a una contrazione dei fatturati reali delle imprese italiane del -0,2% nel 2026 e del -0,9% nel 2027. Si tratta di un rischio che si somma — non si sostituisce — alle fragilità già esistenti sul fronte del rischio credito commerciale.
Cosa significa tutto questo per le PMI italiane
Il quadro complessivo indica tre vulnerabilità che si alimentano a vicenda. La prima è la crescita strutturale delle insolvenze: aumenta la probabilità che un cliente diventi insolvente prima di saldare le proprie fatture. La seconda è la compressione della liquidità: riduce la capacità delle PMI di assorbire una perdita su crediti senza conseguenze operative. La terza, infine, è l’instabilità geopolitica: aggiunge imprevedibilità alle catene di fornitura e ai mercati di sbocco esteri.
In questo contesto, quindi, la polizza credito commerciale smette di essere uno strumento meramente difensivo e diventa un abilitatore operativo. Permette di concedere dilazioni di pagamento competitive anche su clienti nuovi o mercati poco conosciuti. Migliora inoltre l’accesso al credito bancario grazie alla solidità dei crediti assicurati. Trasforma così una perdita potenzialmente devastante in un costo prevedibile e gestibile.
La situazione evolve rapidamente: aggiorneremo questo articolo al ritmo dei nuovi report delle compagnie di credito. Per approfondire il funzionamento della polizza credito e il ruolo del broker specializzato, leggi la nostra guida completa: Assicurazione Credito Commerciale per PMI.
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Una nota sulla nostra selezione editoriale
Questo articolo elabora dati e previsioni pubblicati da Allianz Trade, Atradius, Coface e Centro Studi Confindustria. Le fonti originali sono citate nel testo con link diretti. I contenuti di Pico Adviser costituiscono un’elaborazione editoriale indipendente, non una riproduzione delle analisi originali.
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