SACE Mappa dei rischi 2022

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SACE ha presentato la mappa dei rischi del 2022. Di seguito si propone una sintesi del report di Sace, approfondendo il rischio di credito e il rischio politico, Paese per Paese. I risultati della mappa dei rischi 2022 evidenziano una diffusa stabilità nei livelli di rischio di credito globali, senza mostrare tuttavia l'auspicata invesione di tendenza, dopo i marcati incrementi del 2021; i rischi politici invece registrano un peggioramento rispetto allo scorso anno, soprattutto in conseguenza dello scoppio dei recenti conflitti.

La Mappa dei rischi 2022 di SACE

A due anni dall’inizio della pandemia, il contesto macroeconomico globale risulta in progressivo miglioramento, seppure ancora in maniera differenziata tra i Paesi, come riflesso dell’andamento delle campagne vaccinali. Nel complesso, la crescita dell’economia globale è in fase di consolidamento, così come prosegue la crescita del commercio internazionale di beni, tornato già su volumi superiori a quelli pre-crisi e previsto in aumento del 4,8% nel 2022.

Il rischio di credito

Nella mappa dei rischi 2022 di SACE il profilo di rischio del credito delle varie aree geografiche è rimasto sostanzialmente invariato quest’anno, rivelando una generale continuità con il 2021 e mostrando da una parte una mancanza dell’auspicata inversione di tendenza dopo i marcati incrementi dello scorso anno, dall’altra il divario tra le fragilità dei Paesi emergenti e la maggiore solidità di quelli avanzati.

rischio credito

Come mostrato in figura la fotografia dei rischi del credito nel 2022 rimane pertanto relativamente immutata. È evidente la diffe­renziazione già presente tra Paesi che hanno affrontato l’emergenza sanitaria partendo da una posizione più debole, con conseguenti deterioramenti del quadro creditizio, e Paesi invece partiti con un quadro economico e politico più robusto. Il perdurare dell’emergenza sanitaria ha reso necessario il mantenimento di quei provvedimenti già avviati nel biennio precedente da parte dei governi, a sostegno di famiglie e imprese, con impatti significativi sulle finanze pubbliche. Il protrarsi della pandemia non consente ai Paesi di muoversi in una direzione di consolidamento dei conti pubblici, seppure alcuni tra quelli relativamente più fragili l’anno scorso comincino a presentare una timida inversione di tendenza negli score del rischio sovrano come la Grecia.

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Per i sistemi bancari dei Paesi avanzati si conferma invece una maggior resistenza, grazie anche al rafforzamento delle politiche macro prudenziali, con risultati visibili anche nei contesti a maggiore incertezza nella fase pre-pandemica. I Paesi che già alla vigilia della crisi pandemica presentavano fondamentali macroeconomici deboli o una traiettoria del debito pubblico in rapida crescita, si sono indeboliti in ter­mini di rischio del credito, in quanto bisognosi di ingenti risorse finanziarie, ma con risorse limitate.

Seppure con dinamiche sostanzialmente diverse e partendo da livelli di rischio del credito più contenuti, la presenza di un debito in crescita è alla base del deterioramento del rischio della Cina: gli eventi di default che hanno interessato alcuni tra i principali gruppi immobiliari cinesi negli ultimi mesi del 2021 hanno infatti riportato l’attenzione su una delle criticità del modello di sviluppo del Paese, che ha permesso l’accumulo di elevati livelli di debito da parte del settore delle imprese non finanziarie, per le quali è attesa una minor tutela da parte del governo.

Nell’ambito della sostenibilità del debito delle società non finanziarie, la Banca mondiale nel suo ultimo World Development Report ha mostrato come un eventuale shock del 30% degli utili pre-crisi determinerebbe un aumento del rischio di insolvenza nei settori corporate di diversi Paesi emergenti, siano essi economie a medio- basso, a medio-alto o ad alto reddito.

Resta più complessa la situazione di Paesi in cui l’epidemia e i suoi impatti hanno esacerbato le critici­tà preesistenti sia a livello economico che politico come la Bolivia che ha affrontato la pandemia all’in­domani di tornate elettorali convulse e con un assetto istituzionale tuttora fragile e solo parzialmente in grado di recuperare i danni inferti dall’emergenza sanitaria.

La situazione economica di alcuni Paesi è altresì compromessa da criticità di natura più prettamente politica, con ripercussioni sulla stabilità del sistema bancario e del tessuto delle imprese. Nonostante un solido quadro fiscale e di riserve valutarie, le sanzioni imposte da numerosi Paesi a seguito della crisi con l’Ucrai­na ostacolano fortemente i pagamenti nelle relazioni commerciali con l’estero, impattando di conseguenza il rischio di credito delle controparti pubbliche e private della Russia passata da un punteggio di 62 a 70. Gli effetti della crisi in corso si riflettono in maniera altrettanto evidente anche sul rischio di credito dell’Ucraina con un punteggio cresciuto da 81 a 90.

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Si registra un ulteriore peggioramento del rischio creditizio anche in Paesi con un potenziale positivo, che ri­sente, tuttavia, dell’influenza negativa del contesto politico: la presenza di un assetto istituzionale frammentato è all’origine dell’aumento della rischiosità di Paesi come il Libano, dove un debito fuori controllo e una crisi politica sistemica hanno avviato quella che la Banca Mondiale ha definito la più grave crisi finanziaria degli ultimi due secoli. Soffrono di un deterioramento del rischio di credito anche quei Paesi penalizzati non solo dalle performance ma­croeconomiche e da tensioni politiche interne, ma anche da instabilità politica sul fronte estero, come la Bielo­russia: alla dura repressione delle manifestazioni di dissenso verso l’assetto politico autoritario, sono seguite sanzioni internazionali mirate a colpire non solo singoli esponenti, ma anche settori cruciali per l’economia.

Un caso in parte simile per gli impatti della politica sulla stabilità economica è quello della Turchia, dove la gestione del presidente Erdogan ha esacerbato alcune criticità strutturali del Paese acuite da un contesto geopolitico di tensione. A fronte delle suddette fragilità del rischio creditizio, la stabilità del rischio di credito globale nel 2022 è essenzialmente frutto di un’ampia ed eterogenea numerosità di Paesi caratterizzati da situazioni economico e finanziarie robuste e che presentano un buon grado di resilienza, come ad esempio l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’India, dove il miglioramento deriva dall’incremento degli incentivi fiscali e operativi del governo in settori chiave, come automotive, tessile, farmaceutico, e di prodotti elettronici. Stabile il merito creditizio in Paesi che già prima della fase pandemica presentavano conti pubblici in ordine e politiche economiche assennate, come Perù e Marocco, dove la solidità istituzionale si fonde con l’effetto benefico della ripresa economica sulle casse dello Stato e del settore privato.

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Rischio politico

Il rischio politico, al contrario del rischio del credito, registra un ulteriore peggioramento rispetto all'anno scorso. Questo se pur lieve peggioramento è ascrivibile principalmente alla crescente violenza politica osservata nella quasi totalita delle aree geografiche tra l'inizio del 2021 e questa prima parte di 2022.

rischio politico

L'area che ha scontato di più questo aumento di rischio è sicuramente quella dell'Europa dell'est a causa l’intervento militare della Russia in Ucraina. I reali impatti sull’economia non sono chiaramente noti, trattandosi di un evento attualmente in corso e in continua e repentina evoluzione, ma non è difficile immaginare che, anche in presenza di una risoluzione rapida del conflitto, i Paesi coinvolti saranno più in difficoltà ad onorare i propri debiti. A mitigare parzialmente questo aspetto è da considerarsi il supporto finanziario internazionale a favore di Kiev che si sta mobilitando nel corso di queste settimane. In Bielorussia e Kazakistan, inoltre, le vicende interne degli ultimi mesi e le attese per il ripetersi di situazioni simili conducono al rialzo dei punteggi della violenza politica.

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Il contesto politico in Russia, invece, non può non risentire del quadro sanzionatorio – attuale e atteso - e delle possibili risposte del Cremlino. In particolare, l’incremento del rischio di trasferimento è dovuto alle limitazioni della disponibilità delle ingenti riserve valutarie del Paese, che potrebbero ulteriormente acuirsi a seguito dell’esclusione dal canale SWIFT del sistema finanziario russo; in aggiunta, pesa sul rischio di convertibilità la recente adozione da parte russa di misure di controllo sui movimenti di capitali in valuta estera.

Molto frastagliato il quadro del rischio di violenza politica nel continente africano, che tra il 2021 e l’inizio del 2022 ha contato ben cinque colpi di Stato militari (Ciad, Guinea, Mali, Sudan, Burkina Faso). A tali episodi si aggiungono dinamiche territoriali, tra le quali l’aumento dell’instabilità nella regione del Sahel e le diffuse ondate di proteste, anche violente, per i rincari delle materie prime e dei servizi di prima necessità.

Permangono situazioni di conflitto cronico nei cosiddetti "failed states" del Medio-Oriente e Nord Africa, come Siria, Yemen e Libia, dove la crisi politica, economica e umanitaria offusca ormai lo scenario Paese, a cui si aggiungono nuove situazioni di conflitto: è il caso del Libano, dove la crisi istituzionale e lo stallo nel dialogo tra le diverse componenti politiche ha generato una depressione economica e un’insofferenza sociale sfociata nelle tensioni di fine 2021, quando il Paese è stato vicino a una nuova guerra civile.

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In America Latina, nel corso del 2022, non è da escludere una nuova ondata di proteste come quelle che scossero il continente nella seconda metà del 2019, soprattutto se le classi dirigenti non saranno in grado di creare opportunità di sviluppo concrete o percepite come tali dai cittadini. Più in generale, nel continente sudamericano il calendario elettorale e l’agenda politica dei governi sono strettamente collegati all’irrompere di tensioni e proteste, come già accaduto in occasioni delle elezioni in Ecuador ed El Salvador nel 2021 o delle violente proteste antigovernative in Colombia.

L’area asiatica riporta un livello di violenza politica relativamente contenuto, sul cui peggioramento tuttavia ha pesato la persistente conflittualità del Myanmar e dell’Afghanistan e le violente proteste che hanno caratterizzato Hong Kong nell’ultimo biennio (seppure rientrate dopo i provvedimenti più stringenti adottati dalla Cina per scoraggiare il dissenso). In un’ottica più di medio termine, sarà importante vedere il proseguo delle “dispute” internazionali tra Cina e Stati Uniti: sebbene si registri un indubbio, ma ancora timido, ritorno al multilateralismo, grazie in particolare all’approccio intrapreso dalla nuova Amministrazione americana, non mancano duri “confronti” tra i due grandi attori in diversi ambiti internazionali.

Oltre alla componente della violenza politica, le altre categorie del rischio politico registrano un andamento di generale continuità con l’anno precedente, comune a tutte le aree geografiche. Il rischio di trasferimento e convertibilità valutaria, infatti, è rimasto sostanzialmente, e per certi versi inaspettatamente, invariato a livello globale, con alcuni casi di deterioramento legato all’instabilità del contesto politico del Paese (Kazakistan, Tunisia) o a problemi di natura macroeconomica per scarsa liquidità (Argentina, Sri Lanka, Nigeria) o a un insieme di motivazioni politico ed economiche come nel caso della Turchia.

Per visualizzare il report completo di Sace CLICCA QUI

Fonte: SACE

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